Intelligenza emotiva: tu chiamale se vuoi… emozioni

Nella vita e nel lavoro bisogna sapere gestire l’intelligenza emotiva, perché? 

Alla base di ogni relazione, per lungo tempo bandite dalla cultura occidentale perché ritenute poco virili e non funzionali per le aziende, oggi le emozioni sono state rivalutate come un vero e proprio punto di forza di ogni persona. Basta imparare a riconoscerle, in noi stessi in primis e negli altri, per migliorare le relazioni, nella vita di tutti i giorni così come in quella lavorativa, dove saper ascoltare e osservare l’altro, senza fermarsi alle interpretazioni soggettive, è fondamentale per costruire un ambiente sano e relazioni solide e autentiche. Soprattutto oggi, dove i rapporti sono quasi sempre filtrati da uno schermo.

 

In un momento storico in cui il digitale ha sostituito in buona parte le relazioni fisiche, la comunicazione non verbale, i gesti, la voce diventano elementi fondamentali quando ci relazioniamo con i nostri interlocutori. Ma come porsi in modo empatico e chiaro, come interpretare nel modo giusto ciò che vuole comunicarci chi abbiamo di fronte? Per capire meglio questa tematica tanto attuale quanto ancora poco conosciuta, abbiamo ospitato in Studio Leonardo Diego Ingrassia, Formatore, Coach MCC (Master Certified Coach), Master Trainer di Paul Ekman International, uno dei massimi esperti in Italia dell’intelligenza emotiva che, insieme a Isabella Mandelli, General Manager Trauma & Extremities Italy, Stryker Italia s.r.l., ci ha spiegato come gestire le emozioni per vivere meglio.

Intelligenza emotiva: sai cos’è?

Più che intelligenza emotiva sarebbe meglio parlare di competenze emotive, perché l’intelligenza dà l’idea di qualcosa di innato, mentre le competenze possono essere acquisite nel tempo, coltivate, migliorate. Se per anni nelle aziende si è dato più peso al quoziente intellettivo rispetto alle emozioni, oggi si è capito che tutte le decisioni che vengono prese sono in realtà stimolate da un impulso emotivo, e solo in un secondo momento razionalizzate attraverso la parte cognitiva. È l’equilibrio tra cognizione ed emozione che ci permette di sviluppare le competenze, crescere e avere successo. La competenza emotiva è dunque la capacità di riconoscere le emozioni dell’altro, e le proprie, per poi gestirle al meglio utilizzando le strategie più adeguate.

 

Uomini vs Donne: chi è più (emotivamente) intelligente?

Anche se non ci sono studi a dimostrarlo, le donne sicuramente hanno maggiore capacità di osservazione e di ascolto, sono più introspettive e quindi riescono a vivere le emozioni in maniera diversa. Anche in questo caso pesa molto un certo tipo di mentalità, che ha sempre chiesto agli uomini di non mostrare le proprie vulnerabilità (Chi era abbastanza grande negli anni ‘80 forse ricorda la famosa pubblicità “Denim, per l’uomo che non deve chiedere mai!”). D’altro canto, le donne vengono spesso penalizzate proprio per la loro emotività, nel momento in cui devono ricoprire ruoli importanti. Oggi, anche in conseguenza della situazione che stiamo vivendo, questo approccio è in parte cambiato: avendo perso la socializzazione fisica, ma relazionandoci tutti via web, abbiamo la possibilità di osservarci meglio e di far emergere le emozioni, nostre e di chi ci sta di fronte, oltre lo schermo, a tutti i livelli, senza distinzioni.

 

Intelligenza emotiva: una soft skill sempre più richiesta

Se già negli anni ‘90 lo psicologo Daniel Goleman aveva introdotto il concetto di intelligenza emotiva, è solo nel 2018 che questa viene inserita tra le prime 10 competenze dal World Economic Forum, ricercata dai recruiter e incoraggiata dagli imprenditori; e a gennaio 2021 l’ICF (International Coaching Federation) ha inserito ufficialmente le emozioni come materia di coaching. Il messaggio è chiaro: non può esserci un cambiamento se non si va a lavorare sui blocchi emotivi. Non basta modificare gli aspetti cognitivi, senza toccare le emozioni. Le aziende lo hanno capito e, infatti, cominciano a dedicare al tema sempre più spazio. In realtà, però, bisognerebbe cominciare a parlarne fin dalle scuole elementari, perché quello che manca oggi è proprio una preparazione adeguata, una alfabetizzazione rispetto alle emozioni: imparare a riconoscerle, a capirne le dinamiche, a coltivarle, a non perderle per strada. Non a caso Disney Pixar ha introdotto il tema in molti suoi cartoni – uno fra tutti Inside Out – per trasmettere il concetto di competenze emotive e la consapevolezza di questi processi fin dalla più tenera età.

.

I 6 canali della comunicazione

Il primo passo è proprio riuscire ad accogliere e accettare le emozioni, che passano attraverso tutti e sei i grandi canali della comunicazione (fisica o via web, poco importa):

 

  1. espressione facciale
  2. linguaggio del corpo
  3. stile verbale
  4. voce
  5. contenuto verbale
  6. sistema nervoso autonomo

 

Tra questi, le espressioni facciali rivestono senza dubbio il ruolo più importante: basti solo pensare che nel viso abbiamo 44 muscoli che compongono oltre 10 mila espressioni diverse, tutte visibili e osservabili. Alcune sono solo gesti illustrativi (come l’occhiolino), altre invece esprimono un’emozione specifica: ad esempio le sopracciglia che salgono a triangolo e contemporaneamente i margini delle labbra che vanno verso il basso sono la tipica espressione della tristezza.

Emozioni: strategie per gestirle

Se non possiamo scegliere quali emozioni provare, possiamo tuttavia gestirle per renderle funzionali alla situazione che stiamo vivendo. Un po’ come il sale in cucina: se se ne usa troppo o troppo poco si rischia di rovinare un piatto, bisogna metterne quanto basta. Lo stesso vale per le emozioni: se riusciamo a governare l’intensità che proviamo allora possiamo renderla funzionale al momento che stiamo vivendo. Come? Facendoci due domande: innanzitutto a che cosa ci serve quell’emozione e, in secondo luogo, come posso utilizzarla meglio, con quali strategie, in base all’obiettivo che voglio raggiungere. La rabbia ad esempio, se ben dosata, può essere un’emozione molto utile a superare questo periodo di incertezze e paura. Può diventare determinazione, spinta a raggiungere un obiettivo, superando le difficoltà che si incontrano lungo il percorso. Anche riuscire a condividere con l’interlocutore l’emozione che si sta vivendo, mostrando la propria vulnerabilità, la propria fragilità, anziché mascherarla, può essere un modo per migliorare la relazione, senza correre il rischio di sembrare non autentici. E, ancora, la paura o l’insicurezza di fronte a un cliente, se espresse, possono diventare un modo per sdrammatizzare e rompere il ghiaccio – quello che una volta si faceva davanti a un caffè – un mettersi in gioco, senza vergogna; così come la consapevolezza di alcune nostre espressioni del volto o della voce durante un colloquio di lavoro possono aiutarci a presentarci meglio al selezionatore.

 

Migliorare sempre

Perché allora non sfruttare la solitudine che questo periodo ci impone, nell’accezione più positiva del termine (solitude e non loneliness), come occasione di introspezione, per riflettere su noi stessi e per connetterci con la nostra dimensione di senso? È una possibilità che la realtà virtuale ci sta offrendo, per osservare più da vicino (e forse per la prima volta) le nostre espressioni facciali, la gestualità, ascoltare la nostra voce e provare a migliorare la nostra comunicazione non verbale. Con l’obiettivo di riconoscere le nostre emozioni per capire quelle degli altri, senza giudicare e senza trarre subito un significato da quello che osserviamo.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

E se lo desideri ricevi l'invito ai prossimi eventi